SCRIVI A GRAMELLINI

Insieme a te non ci sto più

Buongiorno caro Dott. Gramellini  (o buonasera, dipende da quando e se leggerà questa lettera), nella presente ‘epistola’ non troverà  disperate richieste d’aiuto  per rimettere in piedi storie d’amore al capolinea  o per svegliarne altre in  narcosi ormai perenne e neppure consigli sul come e perché si è tradito o si sta tradendo il partner o la partner (nella sua rubrica, ad  onor del vero, tiene banco più la prima opzione che la seconda: senza voler generalizzare, spesso le donne  certe situazioni della propria vita sentimentale le vivono in modo travagliato; gli uomini invece, soffrendo fin dalla nascita della sindrome dell’harem, con il piede in due scarpe…hic manebimus optime)

No, anche questa lettera in verità parla di un amore finito, ma di un amore ideologico, non fisico: l’amore per la sinistra di governo.

Lei dirà: abbiamo al potere, nel nostro Paese, da oltre 2 anni una coalizione di destra che a chiamarla impresentabile sembrerebbe quasi un complimento, eppure se la prende con l’opposizione? Sì e per un motivo molto semplice: la sua assoluta inconsistenza e, in qualche caso, anche la sua malafede. Due fattori di solito determinanti nella fine di un rapporto affettivo.

Ho l’età per ricordare quando è sbocciato in me il sentimento e tutte le sue evoluzioni.  M’innamorai di lei nel posto dove iniziano di solito tutti gli amori adolescenziali, ossia al liceo. Non fu un colpo di fulmine perché avevo già un retroterra familiare progressista: un padre comunista nonché ingenuamente convinto che l’U.R.S.S. fosse il paradiso dei lavoratori. Ci provò pervicacemente e per anni ad indottrinarmi, ma il mio innato scetticismo mi suggeriva che le cose non stessero proprio così e che quel tipo di comunismo non fosse poi tanto diverso, nei metodi, nelle protervie e persino nella stupidità (immenso Bulgakov…), dai fascismi e da tutte le altre autocrazie che questo povero pianeta ha conosciuto e continua a conoscere.

Ragion per cui mi innamorai sì, ma del socialismo democratico, pertiniano e lombardiano.

Peccato che, alle soglie della maggiore età, nel PSI arrivò Craxi e dunque fu giocoforza per me abiurare il partito di Turati e rivolgere l’attenzione di giovane riformista al PCI di Berlinguer, che già aveva avviato il suo processo di distacco dal regime sovietico.

Quando poi alla fine arrivò anche Mani Pulite, pensai: ci siamo, sta per sorgere il Sol dell’Avvenire. Invece cominciò quasi subito la sarabanda: il PCI che cambia mille volte denominazione fino a gettarsi nelle braccia di una parte dell’ex DC, il PSI sparito dai radar, l’estrema sinistra inutilmente velleitaria come al solito, l’altra che si scopre, nel corso del tempo, anch’essa non del tutto immunizzata dal virus della corruzione e della malversazione. 

Tutto ciò in mezzo a vent’anni di predominio berlusconiano, a parte le parentesi.

Ecco, arrivati alle parentesi siamo arrivati al punctum dolens: le parentesi dei governi guidati o partecipati dal centro-sinistra.  Negli ultimi trent’anni ce ne sono stati ben 9 (governo Prodi Uno 1996- 1998; governo D’Alema  1998- 2000; governo Prodi Due 2006-2008; governo Monti 2011-2013, appoggio esterno; governo Letta 2013-2014; governo Renzi 2014-2016; governo Gentiloni 2016-2018; governo Conte Due 2019-2021;governo Draghi 2021-2022). Che politiche di sinistra hanno perseguito o preteso dagli altri partner delle coalizioni? Lo chiedo con grande sincerità, perché io francamente non ricordo una, dicasi una, delle riforme - economiche soprattutto, ossia di equità sociale – varate dagli esecutivi ai quali ha preso parte il PD. Non parlo di riformette, quelle di cui s’incipriano puntualmente i parlamentari e i ministri di ogni colore, parlo di Riforme con la R maiuscola, quelle che cambiano in meglio il volto di un Paese: lotta all’evasione, lotta alle diseguaglianze (sociali, di genere ecc.), lotta alla disoccupazione, crescita di stipendi e salari, diritto alla casa, ecc. Provvedimenti che, se fossero stati varati, si sarebbero scolpiti nella memoria collettiva e di cui invece, una volta saliti sugli scranni dell’esecutivo di turno, i politici di sinistra si sono puntualmente dimenticati di adottare, di solito evocando altrettanto puntualmente, quando qualcuno glielo rimproverava, il Moloch insaziabile della malvagia UE liberista post Maastricht (in cui peraltro ci hanno infilato loro nel 93), un mostro con le fauci spalancate,  sempre pronte a sbranare i Paesi i cui bilanci deviano dalla retta via .

Ora se questa giustificazione nei primi tempi di governo della sinistra è potuta   sembrare perfettamente plausibile, con l’andar del tempo la pezza in questione - pur avendo il suo innegabile fondamento - è parsa sempre più un comodo ‘ipse dixit’ per liquidare la faccenda e mettere a tacere i mugugni degli elettori e gli sberleffi delle ali estreme del progressismo nazionale.

Tuttavia, non paga di ciò che non fa quando governa, per aumentare il tasso di fastidio la sinistra ‘di governo’, una volta all’opposizione, è insuperabile poi nel pretendere che i citati ‘impresentabili’ (che tali sono davvero, per carità) facciano quello che loro avrebbero dovuto fare e non hanno fatto.

E la chiudo qui.

Le ho scritto questa indigesta ‘mappazza’ telematica non per tediarla prima delle feste ma perché giorni fa, quando in tv ho visto la Schlein esigere, col solito piglio e il solito linguaggio accalorato simil-landiniano, che la destra varasse l’imposta sui grandi patrimoni, ho rischiato seriamente di morire.

Dal ridere.

Cordiali saluti, Francesco

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