Vecchio, sei diventato vecchio

 

Vecchio, sei diventato vecchio cantava a Sanremo tanti anni fa Renato Zero sulle note di quello splendido brano di Mariella Nava che è “Spalle al muro”. Ma se essere diventati vecchi e sentirsi la vecchiaia addosso per tanti è ancora un Rubicone parecchio arduo da attraversare e accettare, per gli uomini forse più che per le donne (creature superiori che di solito sanno mutare pelle e accogliere tutte le nuove stagioni della loro esistenza), non meno travagliato è approdare all’anteprima della vecchiaia senza avvertire un certo senso di angoscia e smarrimento.

Ci accorge dello scorrere del tempo sulle nostre vite non prima dell’approssimarsi dei sessanta anni. Fino ai cinquanta e oltre un uomo oggi – contrariamente al passato – solitamente può infatti ancora vantarsi di avere intatte tutte le energie e gli umori della gioventù, pregi e difetti compresi. Lo specchio d’altronde quasi sempre gli rimanda, se non la stessa immagine dei vent’anni, perlomeno quella dei trentacinque-quaranta.

Passati i sessanta però si coglie lo scatto assassino di un click interiore: cambia innanzitutto proprio il rapporto con lo specchio, declassato da amico fedele a nemico implacabile; si iniziano a notare le prime rughe; scemano i bollori, di qualunque tipo (fervore lavorativo, temperamenti e passioni) e subentra in molti un senso di noia e di stanchezza per il proprio quotidiano da far invidia ai seguaci di Sartre.

Ma a suscitar paura nel neo sessantenne non è tanto lo spleen in sé quanto la considerazione di se stessi, che precipita a livelli da temperature invernali nei fiordi norvegesi.

Tutto appare inutile, il proprio presente e il proprio passato (sul futuro meglio stendere il proverbiale…); terrorizza, invece di consolare, l’idea che ai settanta - se ci si arriverà - quasi certamente sarà pure peggio e ancor più terrorizza la prospettiva degli ottanta, perché inevitabilmente associata al rimbambimento o al catetere;  ci si rende conto di quante scelte si sono sbagliate e di quante occasioni si sono sprecate lungo il cammino mentre, dulcis in fundo, la prospettiva di riciclarsi come nonni non appare affatto lenitiva (al contrario di quel che accade alle gentili signore).

All’inizio, in verità, il neo sessantenne prova a reagire passando all’attacco: creme per il viso, per il contorno occhi, palestra, corteggiamenti fantozziani alla collega di lavoro trentenne o quarantenne, rinnovate esuberanze erotiche verso la propria consorte - destinate tuttavia ad aver in genere vita breve - pillole blu (peraltro ancora del tutto inutili a quella età, almeno nella maggior parte dei casi) e via discorrendo.

Ma sono solo imbarazzanti escamotage che sfumano impietosi nell’aria il giorno in cui ci si accorge che le tante pomate non sono servite a nulla, che le sole voglie rimaste sono quelle gastronomiche, e nemmeno tutte, e che il solo alzarsi al mattino così come l’addormentarsi la sera destano puntualmente un tale disagio da far sembrare Schopenhauer uno sconsiderato ottimista.

E a monte di tutto questo però ci si continua anche a chiedere: ma perché?

Perché non si hanno più stimoli al lavoro, la politica non appassiona più e gli hobby appaiono solo inutili perdite di tempo, comprese persino le buone letture?

Si finisce per contare i giorni che mancano al prossimo compleanno, ossia al   gradino successivo verso la vera e propria senescenza, e ci si scopre cinici e indifferenti.

Non tutti, lo so, si riconosceranno in questa “fotografia” del sessantenne. Non sono affatto pochi quelli che vivono benissimo il raggiungimento dei dodici lustri di vita ma ritengo che siano molti di più coloro che solo apparentemente non mostrano di soffrirli. 

La ricetta per curare questo male di vivere a scoppio ritardato? Non c’è, almeno per la gran parte degli esseri umani di questo pianeta.  I più fortunati, i ricchi, gli uomini di successo, hanno i loro antidoti: una gratificante attività di lavoro, un pingue conto in banca, la correlata possibilità di dedicarsi a passatempi preclusi al resto dei loro simili e di rompere la monotonia del quotidiano con viaggi e vacanze in giro per il mondo, una attrattività personale che solitamente prescinde del tutto  dalle loro fattezze (magia del denaro, dello status o del potere) e che li aiuta a mantenere livelli ottimali di autostima.

Gli altri invece vivono l’arrivo nel calendario della vita del loro “autunno” in maniera decisamente meno spensierata ma la maggioranza non l’ammetterebbe neppure sotto tortura.

Per pudore, per vanità, per orgoglio, perché la nostra è epoca ridanciana e festaiola che non tollera i musi lunghi, perché la prospettiva dell’“inverno” in fondo è ancora lontana e via discorrendo.

In ogni caso, soddisfatti o meno dei propri anni, la verità poi è che ben pochi, a mio avviso, sono quelli che oserebbero affermare: “anziano è bello”, coscienti trattarsi di un motto da regalare al museo delle fesserie.

Pertanto bando alle scemenze: se la vecchiaia, per dirla con Philip Roth, è “un massacro”, l’anticamera della vecchiaia è il momento in cui si caricano i fucili…

 

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